Il Risorgimento, dice Stefano Ragni, ha marciato sui ritmi della musica operistica di Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi. Da un capo all'altro della penisola nei teatri d'opera il dibattito politico trovava nelle storie narrate dal melodramma motivi di identificazione, di riflessione, di emulazione, di incitamento, quando non addirittura di aperta sfida alle autorità. Dietro ogni cabaletta di tenore, al disotto di ogni esplosione sonora di coro si celava l'ombra della rivolta, della cospirazione sopita, ma sempre pronta all'innesco. Ritmi e dinamiche sempre più incalzanti, fino a quelle deflagrazioni dei cori verdiani che sono il più palese e non confutabile manifesto di una vocazione alla libertà, alla democrazia e all'unità che non poteva più essere procrastinato. Da «Arpa d'or dei fatidici vati» a «Patria oppressa» ogni coro verdiano è un manifesto di identità nazionale: ricordate l'inizio del film di Luchino Visconti Senso con quel tenore che si impenna su «Di quella pira» e il coro gli risponde «All'armi, all'armi»? Putiferio in sala, grida di «Viva L'Italia» e bandierine tricolori ovunque. Era il 1866, la vigilia dell'ultima, fatale guerra di Indipendenza, e nel teatro la Fenice di una Venezia ancora austriaca il grido di rivolta era unanime. Accanto alle grandi espressioni del melodramma, esiste un filone di musica popolare, dall'Addio del volontario, alla Bella Gigogin, ai Giovani ardenti di Romagna alla Bandiera dei tre colori che sono stati intonati in ogni dove, dai volontari di tutte le campagne militari. È un Risorgimento minore per la storia, ma forse è quello più autentico, insurrezionale e repubblicano.

E, per finire, Garibaldi, l'Ercole del XIX° secolo. Non c'è un angolo del mondo che non conosca il suo nome e tanta è la musica che ne celebra le gesta, dagli inni dei Cacciatori delle Alpi alle melodie siciliane, lombarde, napoletane.

Questo concerto, ripercorre le tappe di un'epopea trascinante che ha realizzato l'Unità d'Italia.